
Ruderi dei quattro torrioni della
Civita

Scorcio del Paese

Ruderi della Civitavecchia medioevale
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Le informazioni di
questa pagina sono state estrapolate dal libro di
Gioacchino Berardi, "Duronia, dalle origini ai giorni nostri",
Tipolitografia L'Economica, Campobasso, 1999.Mutamento del nome da "Civitavecchia" in quello di
"Duronia"
[...] Giuseppe Verrecchia (Rivista Samniuma. 1957,58)
[...] [presenta la] collocazione sul territorio molisano attuale degli insediamenti
sanniti coinvolti nella battaglia di Aquilonia, che segnò la sconfitta definitiva dei
Sanniti nella lunga guerra sostenuta contro Roma. Egli pose Duronia nell'attuale omonimo
piccolo centro, nel cui agro scorre il torrente Durone.
A proposito di tale località il Verrecchia scriveva: "nel correre dei secoli ed a
ricordo della sua gloria e della potenza antica, gli abitanti della zona serbarono al sito
ed ai ruderi, il nome di Civitavecchia, anche per distinguerla dall'abitato di Civitanova,
costruita lì vicino, in fondo alla vallata del Trigno. Ma nel 1875 Civitavecchia
riacquistò il nome di Duronia".
Poi aggiungeva:"Noi non sappiamo con certezza chi sia stato l'ispiratore della
innovazione che onora quel Comune per il suo attaccamento alle glorie patrie, ma è certo
che dovette basarsi sulla presenza di ruderi di non lieve importanza ed a testimonianze
archeologiche ed epigrafiche".
Subito dopo, nel continuare la sua descrizione, quasi a voler rispondere egli stesso alla
domanda, legando una circostanza all'altra, cita l'errore in cui era caduto il grande
Garucci nell'individuare nella odierna Duronia, ovvero nella Civita di questa, prima
Bovianum Vetus e poi Aquilonia.
Riflettendo su questa impressione, mi è tornato a mente un fatto di tantissimi anni fa,
di quando bambino a Duronia, nel primo pomeriggio dei giorni estivi era difficile trovare
compagni di gioco. Mi fermavo allora a parlare, seduto su una panca di legno dinanzi
all'attuale sottano del bar di Manzo Mario in Piazza Monumento, che all'epoca ancora non
esisteva, dove vi era una rivendita di vino, col proprietario, un vecchio ancora vegeto,
ma assai avanzato in età, già guardaboschi del Comune e da molti anni pensionato, a nome
Domenicangelo Manzo, figura caratteristica, che oggi forse pochissimi ricordano, che è
rimasta scolpita nella mente di chi lo conobbe.
Questi, nonostante avesse passato abbondantemente gli ottanta anni, conservava ancora i
suoi trentadue denti, che si divertiva "ad arrotare" e di ciò andava fiero.
Mi ero affezionato a lui perché mi aveva insegnato a giocare a scopa e a briscola e mi
raccontava e ripeteva spesso i fatti della sua gioventù ed io estasiato, lo seguivo con
attenzione, anche se, spesso, ripeteva i medesimi avvenimenti.
Egli rammentava a menadito e declamava con enfasi, ritmicamente, la parte a lui assegnata
da don Nicola Di Salvo, Padre spirituale della Congregazione del Purgatorio e della Buona
Morte, nella Recita, dallo stesso don Nicola composta per mettere alla berlina un altro
sacerdote del paese cui era stata assegnata dalla Curia vescovile la carica di Arciprete,
alla quale anch'egli aspirava.
Domenicangelo spesso raccontava e le persone anziane, come me, sicuramente rammentano tale
fatto, che, quando giovanotto emigrò in Brasile in cerca di fortuna, dopo qualche mese di
lavoro, scoppiò una tremenda pestilenza, che decimò la popolazione locale. Egli, per
salvare "la giobba", termine da lui preferito, si rifugiò con altri compagni di
lavoro in una grossa foresta, ma, separatosi dagli altri che lo prendevano in giro,
perché egli non comprendeva bene il portoghese che loro parlavano, si perdette e rimase
isolato per moltissimi giorni, nutrendosi di verdure ed incidendo il proprio nome sui
tronchi degli alberi, in cerca di aiuto. Dopo parecchi giorni finalmente trovò chi lo
condusse fuori della foresta ed egli giurò di non voler più avere a che fare con il
Brasile. Se ne tornò subito in Italia, dove trovò lavoro come guardaboschi presso il
Comune di Duronia, ed ancora in vecchiaia portava il suo berretto di guardia. Dopo il
pensionamento mise su una rivendita di vino locale e di gassosa di Frosolone, dalla quale
nel pomeriggio dei giorni festivi, uscivano traballanti, per il vino bevuto, i soliti
personaggi e noi bambini ci godevamo lo spettacolo.
Ebbene Domenicangelo, che aveva una memoria di ferro, mi raccontava spesso che egli quando
era ragazzo si trovò a passare per Civitavecchia, a cavallo di un asinello bianco,
diretto a Pietrabbondante, un monaco vestito di nero, a nome "Galluccio" (come i
funghi primaverili ed un variopinto uccello di bosco, forse l'upupa). Questi si fece
accompagnare da lui ed altri bambini (tra cui uno che, da vecchio, chiamavano "Musso
liscio", pel troppo vino che beveva), a visitare la Civita e le sue antiche mura, che
allora, a suo dire, erano molto più alte, e misuravano in alcuni punti (forse esagerando
un poco) sino a 4 m. di altezza e m. 2 di spessore. 1
Tra "Galluccio" e "Garucci" vi è molta assonanza e pertanto non
riesce difficile da ciò trarre conferma che in effetti il Garucci fu il vero ispiratore
al quale alludeva il Verrecchia, quando si poneva la domanda di chi fosse stata l'idea del
mutamento del nome di Civitavecchia in Duronia.
Un ultimo ricordo di Domenicangelo, questa volta molto patetico. Nell'aprile1945, tornato
pochi mesi prima dalle armi, fui da lui fatto chiamare a casa sua. Era gravemente malato e
voleva da me conoscere il motivo per cui mio Padre, medico della sua famiglia, si
rifiutava di andarlo a visitare. Morirono a distanza di pochi giorni l'uno dall'altro!
Raffaele Garucci dovette quindi essere l'ispiratore del Ministero degli Interni, perché
invitasse il Comune di Civitavecchia a deliberare il ribattezzamento del paesello. Ed il
Consiglio comunale, come appare nella deliberazione, scelse l'appellativo di Duronia, a
ricordo della sua antica storia gloriosa, e non quello di Aquilonia, come ilGarucci si
attendeva.
Nel fascicolo completo della pratica, manca infatti qualsiasi istanza o richiesta
specifica da parte dell'Amministrazione comunale al Ministero. |