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La chiesa di S. Maria di Canneto faceva parte di un complesso, che inizialmente ospitò gli eremiti e successivamente un monastero di benedettini.
I monaci benedettini, intorno al monumento di Canneto, insieme alle attività prevalentemente religiose ne svolgevano delle altre a carattere preminente agricolo.
Ciò è documentato dalla presenza nel sito di Canneto di una villa rustica romana trasformata in un vero e proprio "laboratorio agricolo", nel quale si praticava la coltivazione della vite e dell'olivo, i cui prodotti venivano poi commercializzati.
La cosiddetta "fornace" serviva invece per la realizzazione di oggetti in ceramica come utensileria e oggettistica varia.
Intorno alla chiesa e al vicino convento di benedettini, che faceva parte della stessa abbazia, poi distrutto nel 1474, si venne a creare così una prosperosa attività lavorativa che, insieme alle donazioni di principi e potenti, arricchirono Canneto e il suo convento.
A Canneto, accanto ai monaci benedettini, si alternarono quelli cassinensi anche se la convivenza fra i due gruppi non fu sempre facile.
Per qualche tempo Canneto fu "abazia nullius" ovvero autonoma con un feudo, comprendente le terre di Guglionesi e Termoli.
I benedettini rimasero a Canneto fino a quando, una bolla di Sisito IV, affidò Canneto a Giovanni d'Aragona, figlio del re di Napoli Ferdinando I.
Fino all'arrivo di Don Duilio Lemme, Canneto rimase nel suo più completo abbandono e solo l'opera di tale personaggio, seppur non pienamente condivisa e giudicata da alcuni inammissibile, ha comunque ridato a tale luogo il risveglio e la luce che meritava.
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